Little Miss Sunshine
Scritto da pier Domenica 01 Febbraio 2009 16:01
Arte e Cultura - Cinema
Come diceva simpaticamente Nanni Moretti in una scena  de “Il Caimano” a Jasmine Trinca, “è sempre il momento per una commedia”. Ed  è questa frase che mi gira in testa poco prima della mia seconda visione di un film che ho già giudicato straordinario, e  scopro essere infatti  l’affermazione più adatta  per definire  questa piccola magia in un mare sconfinato di produzioni inutili e scontate.
 Davvero, questa volta possiamo urlare finalmente “movie miracles still happens”, come titola il  San Francisco Chronicle a proposito dell’opera. Tanto di cappello a LITTLE MISS SUNSHINE, caso cinematografico dell’anno 2006, opera prima dei coniugi “videoclippari” Jonathan Dayton e Valerie Faris che, scegliendo la sceneggiatura del talentuoso esordiente Michael Arndt, vi hanno trovato ciò che amano di più in un film,”ovvero le eccentricità umane”. Proprio vero, perché in questa tragicommedia vi troviamo le sgangherate vicissitudini di una famiglia che normale, anche fingendo apparentemente di esserlo, proprio non è: riuscendo a mettere splendidamente in scena questo apologo sui perdenti, proprio i registi riescono nell’intento di risultare “vincenti”, regalandoci un piccolo tesoro, il film che è difficile trovare ma che in cuor nostro speriamo sempre di vedere. Presentato  a Locarno e al Sundance, vince il Sidney Film Festival e partendo in sordina in sole sette sale americane, ne conquista millecinquecento e strega anche Francia,Inghilterra e Italia. Osannato dalla “perversa” critica americana, che di recente esalta solamente film o documentari che irridono i costumi o denunciano le manchevolezze nel loro paese, ci convince con una comicità mai scontata e dai ritmi perfetti, lasciandoci sempre a metà tra riflessione e risata fino alla maestosa scena finale, in cui credo si riesca ottimamente a coagulare entrambe le cose aprendosi a una visione generale della storia che decreta il suo trionfo.. Il filone forse segue la falsariga dell’elogio ai  perdenti del recente Napoleon Dinamite,o della comicità dei  Tenenbaum di Wes Anderson o della forma di Sideways, ma gli Hoover mantengono in sé un originalità e una “sana” pazzia fuori da qualsiasi collocazione di ogni sorta.Papà Richard, coi suoi “nove passi della felicità” prima votato al successo poi condannato alla sconfitta, mamma Sheryl, bilancia emotiva del gruppo ed unica di cui alla fine non si debba mettere in dubbio la stabilità mentale,il fratello Frank, aspirante suicida per amore di uno studente che lo ha lasciato per il secondo più insigne studioso di Proust del paese(il primo, ironia della sorte, sarebbe lui), il nonno espulso dalla fantomatica “villa tramonto” per abuso di eroina e i due figli: Dwayne, giovane alla conquista dell’Accademia aeronautica e muto da nove mesi per voto ispirato a Friedrich Nietzsche e la piccola Olive, a 7 anni lanciata verso una carriera di concorsi di bellezza e fresca di ammissione al concorso appunto di little miss sunshine, causa abbandono della precedente ammessa per uno scandalo di pillole dimagranti(…).Per non deludere l’aspirante reginetta, la famiglia si avventura sulla strada con uno sgangherato ma affascinante furgoncino Wolkswagen( che ci rimanda a un atmosfera da road-movie molto 70’s) affrontando i delicati rapporti che li uniscono/dividono, e tentando la  conquista di un posto tra i “giusti” in cui ti impone di essere questa società, tra le fatiche per risultare vincenti e raggiungere questo moderno ma ormai distorto sogno americano e il terrore di non riuscire a farcela e di risultare perdenti. Ogni protagonista si ritroverà suo malgrado invischiato in questa lotta, oggi spesso strumentalizzata da voci e slogan altrui, ma soprattutto avrà l’inattesa occasione di riconciliarsi con se stesso prima che con gli altri membri della famiglia.Proprio nella metamorfosi dei personaggi sta la splendida prova di ogni attore: Richard divide a priori il mondo in vincenti e perdenti aggrappandosi alla speranza di raggiungere la prima categoria, ma quando si ritroverà nella seconda sarà chiamato alla metamorfosi più complicata e all’accettazione di una nuova condizione, che riuscirà a venir fuori nella parte finale del film quando, aiutando la famiglia nel momento di maggior bisogno al grido della frase “i vincenti non si arrendono mai”, si accorge finalmente di essere cambiato e ce lo dimostra da questa consapevole e matura concezione del successo nella vita.
Fondamentale la figura del nonno che, oltre che conquistarsi la  fama di ribelle non politically correct nelle azioni e nelle parole, prima dispensa a modo suo pillole di educazione al nipote adolescente( “scopa tanta fica giovane, è la migliore” e “drogarsi da giovane è da matti, alla mia età è da matti non farlo” ricordo tra le chicche migliori) poi aiuta in maniera anticonvenzionale ma piena di affetto e passione la giovane Olive nella preparazione del balletto per lo spettacolo, consolando le sue insicurezze e le sue paure su una eventuale sconfitta dalle sacrosante parole “Un vero perdente non è uno che non vince. Un vero perdente è uno che ha talmente paura di non vincere da non provarci neanche”.
Infine si crea un insperato feeling tra Dwayne e Frank, dall’accoglienza del primo nella famiglia(“benvenuto all’inferno” ), fino all’aiuto che lo stesso riceverà dallo zio mediante i consigli “Proustiani” sull’infelicità come passaggio verso la maturazione e verso la coscienza di un stato nuovo, che porterà alla conclusione liberatrice del nipote, “fai ciò che ami, e vaffanculo tutto il resto”.
Il cast di attori è tra i migliori in circolazione, con la certezza Greg Kinnear(“Qualcosa è cambiato”) che interpreta splendidamente Richard, alla mamma Toni Colette(“About a Boy”), che svolgendo il suo “compitino” riesce a garantire un personaggio equilibrato ma tosto, fino alle giovani promesse Paul Dano e  e la piccola Abigail Breslin (addirittura quest’ultima candidata all’Oscar come miglior attrice non protagonista). Le migliori sorprese sono  Steve Carell (“40 anni vergine” )che da ottimo comico ci regala un intensissimo ruolo drammatico, e infine il mitico nonno Alan Arkin, premio Oscar come miglior attore non protagonista(l’altro destinato al film è andato alla sceneggiatura originale).
Questa lunga corsa attraverso l’America dei vizi(molti) e delle virtù(poche) ci propone una visione fuori da ogni schema che ci spinge  a sceglierne nella vita sempre una ancora meno stereotipata  poiché, ad esempio nella scena finale, vi si nota piacevolmente il trionfo dell’individualità, sia essa considerata perdente o poco attraente, che ci spinge a mettere da parte autonomamente il conformismo del  giudizio, infischiandosene di quello altrui  e riappropriandosi finalmente della propria libertà di esprimere emozioni, paure, desideri e, perché no, della propria libertà di sbagliare o fallire nei difficili tentativi che ci presenta la vita. Non c’è niente di male, come dice nonno Arkin, in fondo  il vero perdente è chi non ci prova neanche.
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