Accanto alla felicità che dorme
Scritto da pier Venerdì 22 Gennaio 2010 16:03
Arte e Cultura - Cinema
Sono contento di essere arrivato tardi, che tanti se
n’erano già accorti. Sono contento che le mie aspettative
non siano state deluse, e sono contento di non essere l’unico a
pensarlo, anche se siamo ancora troppo pochi, ma mi associo a
tutti quei pensieri. A tutti quei pensieri di quelli che quando
vedono James Cameron
che ci parla di 3D, di golden globe, di guadagni
e sequel, cambiano canale girano pagina, e si perdono nelle storie,
quelle raccontate bene, quelle che sembrano raccontate da noi. Che si
perdono nella Livorno di venti trent’anni fa tra feste paesane e
sezioni del Piccì, una madre “importante”,
ingombrante, che non sembra stare molto ferma, un figlio che
non è mai convinto, un figlio la cui prima cosa bella non lo è
più tanto, “tutto il tempo a scrivere poesie tristi e a
farsi seghe sui giornalini”, un futuro da tossico, ignoto normale,
tanto se qualcosa non va si potrà sempre cantare.
Virzì continua a fare passi avanti, dopo aver descritto l’Italia contemporanea come nessuno (caterina va in città e tutta la vita davanti) ci racconta una piccola epopea, nella sua Livorno, rossa come non mai, nella Toscana che sembra essere sempre più sua, tra i set di Risi e Mastroianni, i carabinieri e le cameriere, e quelli di una volta a dirci “era proprio cosi”.
E noi tutti li ad eccitarci, però a dirci è una piccola storia non roviniamola, per tutti noi che gli occhialini li mettiamo sott’acqua non dentro un cinema, per noi che vogliamo essere diversi, che siamo diversi, e pazienza quelli che ci diranno ve la tirate o resterete sempre soli, noi a sussurrarci diamo a cesare quel che è di cesare, urliamo tutti insieme che Valerio Mastandrea in questo momento è il miglior attore italiano, certo nel pianeta di noi mortali e non in quello di Toni Servillo, ma sempre migliore è. Poi tutti a zittirci ad abbassare la voce, che neanche a lui piacerebbe, lui resta quello di velocità massima e non pensarci. E allora proviamo a dire che Claudia Pandolfi la vorremmo in ogni film, ed è sempre più perfetta, ma anche qui non urliamo, ci basta un suo sorriso. Però camminiamo verso casa soddisfatti, per sopportare quel peso non ci servono tentativi di kolossal, oscar ad personam, nel paese dove non possiamo costruire un capolavoro a tavolino, ma possiamo ancora improvvisare piccole meraviglie.
E come a dire ha ragione Concita, “ridiamo le parole alle cose”, aggiungendo però che questa Italia sembra ancora non sia perduta, sembra voglia perdersi ma poi cambia idea, e queste opere non vogliamo sottovalutarle perché non sono solo storie sono speranze, sono tutto quel sommerso dentro di noi che sembra lentamente riaffiorare, pazienza se servirà un bagno nell’acqua fredda, tanto non abbiamo il costume. Più fredda sarà, più servirà a svegliarci, perché Virzì ha quel pregio lì, è amaro, quanto mai realistico, è la realtà che non ti aspetti ma dovrai affrontare, è come una vecchia canzone nell’Italia che non c’è più, o come una bellissima canzone ancora da scrivere, nell’Italia che non sai come sarà. Il bello di Virzì, però e nonostante tutto, è che un sorriso non te lo nega mai, ed è un sorriso, quello più adatto, quel sorriso che ti permette di capire.
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