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Non era meglio l'America?

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Arte e Cultura - Cinema

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Il prode Muccino torna dopo due film negli states (uno discreto ma scontato, l’altro assolutamente fuori dalla realtà, ‘na cafonata) e prende l’unica sua opera degna di nota, quel last kiss imitato perfino a Hollywood, e mette in scena la più efficace trovata pubblicitaria cinematografica degli ultimi cinquant’anni: il sequel.

Prende i vecchi protagonisti (apparte Giovanna Mezzogiorno, che ha opposto un secco rifiuto, grande Giovanna) e apparecchia la tavola con un minestrone di “dieci anni dopo, i nostri eroi ritornano alle prese con amori desideri delusioni sogni eccecc” e cerca di far progredire i suoi personaggi, o meglio semplicemente concedendo loro un giretto circolare per poi tornare al punto di partenza, senza riuscire a farli crescere, come un capriccio qualsiasi di un piccolo artista che riprende in mano le sue creature cosi, per curiosità,per giocarci ancora un po’ se non, ma non vorrei pensare male, per puro interesse economico.

Se almeno la prima opera  ci raccontava qualcosa sui trentenni (un po’ ci riusciva un po’ non ci riusciva, almeno ci provava), bè questa sui novelli quarantenni non ci dice proprio nulla, mette insieme qualche stereotipo, ma in generale mostra lampante la mancanza di idee in una sceneggiatura che mette in scena due ore e venti (due ore e venti!) di piattezza assoluta, in un pout pouri di portiere sbattute e litigi infiniti, dentro belle case e prati fioriti, pioggia a go go per le scene drammatiche e attori di livello ridotti a ruoli senza carattere.

Viene da chiedersi perché alcuni tra i migliori attori della loro generazione accettino di interpretare il luogo comune di un’età mai descritta, di ex giovani sempre giovani che vagano qua e là tra macchine costose e uffici di nonsisacosa, senza leggere giornali né guardare la tv né chiedersi cosa succede nel mondo, domandandosi soltanto e in maniera isterica se “lei ti ama o non ti ama, e lei chi è”, tra corna reciproche, pianti a dirotto e scenate isteriche nella migliore tradizione mucciniana. Che poi uno si chiede quale immagine non dico vogliamo dare, ma quale immagine ogni cittadino ha del proprio paese, e se magari ce l’ha. Questi quarantenni problemi apparte quelli sentimentali con la loro bella sembrano non averne, denotando l’assenza di senso civico o almeno di un semplice concetto di socialità che li  renda partecipi dei problemi della collettività, cose tipo il rapporto con un immigrato, qualcuno che perde il lavoro, qualcun altro che non riesce ad avere un processo equo o ad avere eguali diritti nonostante la diversa religione o preferenza sessuale, cose normali in questo paese (il massimo dell’attualità sta in frasi come “c’è la crisi”).

Tralasciando la citazione iniziale verso Fini (che è l’inizio del nulla, perché se prima sei un fascista picchiatore e poi un berlusconiano che fa le leggi ad personam non è che dal nulla rappresenti la salvezza e la novità), verrebbe da dire che se questi sono i quarantenni, l’Italia lasciamola ai dinosauri, lasciamola precipitare lentamente nel baratro, spinta inconsciamente dagli ultimi disinteressati, perché di speranza non ce n’è.

Poi se vogliamo limitarci all’aspetto “artistico-narrativo”, diciamo che nessuno dei protagonisti si prende una responsabilità, nessuno sceglie il coraggio come via di risoluzione dei problemi, a tutti viene indicata la via giusta quasi come cadesse dal cielo, nel peggiore e nel più forzato dei lieti fine. Viene quasi da dire, blasfemia, che l’unico che tiri fuori le palle sia il personaggio di Claudio Santamaria (l’unico che tenta di salvarsi, assieme a Sabrina Impacciatore), suicida in una delle ultime scene, finalmente convinto della strada da prendere senza guardarsi indietro, opinione strana certamente, ma a mio parere quasi sensata.

Poi la mia personale opinione è che il buon Accorsi stia tanto bene a Parigi, che di Pasotti dalle scene non sentivamo la mancanza, e che Favino apparte nei lavori con Muccino sarebbe anche un buon attore (o almeno, visto la prova in questo, un attore), mi piace pensare che il cinema italiano non sia questo, non sia quello di Medusa dei Muccino e della pubblicità a ogni scena, dei finti maestri narratori dell’irrealtà, ma possieda ancora una sua verginità che fatica a mantenere ma per la quale lotta con tutte le sue forze, perché una speranza c’è, e viene tradotta nei titoli che ogni anno escono, invisibili e poco considerati, cocciuti nel tentare di mostrarci un paese per quello che è, ormai a pezzi ma che avremmo le capacità di ricostruire, senza però nè l’interesse né la voglia per farlo davvero. Evitando di fare il disfattista, e vedendo attorno a me ancora tante occasioni, ho un suggerimento per tutti quelli che ci impediscono di farlo. Al buon Muccino infatti consiglierei, stile migrante primo novecento, una nuova traversata dell’atlantico, alla scoperta di un mondo sfavillante pieno di opportunità per le sue toccanti storie di vita. Vai Gabriele, vai e non ti voltare, noi amanti del cinema ce ne faremo una ragione.

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