Giovedì Set 09

Art is not innocent

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Bellavoglia - Temi liberi e risate

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Mattina presto e già stanchi. Le serrande ancora chiuse, i bambini ancora addormentati, sballottati qua e là. Partire stanchi, la mattina, nella nebbia, a Milano. Milano centro città, tutta piena di qualche cosa, Milano periferia cosi innamorata di sé stessa, cosi nuova e costruita sulle proprie viscere, per niente disturbata dalla nuova crisi che porta gli attori di soap opera licenziati e costretti a lavorare come inservienti negli aeroporti. Nel senso che tutto o niente, che tutto sembri cosi facile da accettare quando sulle scale mobili abbiamo visto i canguri urlare Milano fa schifo, e i giapponesi nell’angolo del bar che cercano di essere italiani vestendosi alle sfilate di un imbarco, qualsiasi sia il loro imbarco. Sembrano passati giorni e notti, ma quasi non capisco come volessero farci credere fosse tutto un Alexander Platz di metropolitane sparse qua e là, catene di cibo e tristezza senza fine. Lei legge con le sue scarpe rosse quel suo libro senza impegno, le ragazze di Berlino est che non rimpiangono la DDR ma vogliono radere al suolo il vecchio per far posto a quel nuovo cosi nuovo, e regalare i loro sorrisi senza più chiedersi a chi.
Sembrano campagne elettorali con quei quasi cattolici quei bigotti tutti interi che ti fermano nelle piazze dicendoti guarda che in Inghilterra uccidono le persone, e io che pensavo fosse testamento biologico. Su Alexander Platz che riempie la mia testa di cosi tante domande e la piazza rossa e chissà quale italiano saremo qui, quasi a ballare per un totentanz ormai sbiadito, raccapriccianti madri immerse nelle fontane quasi a dire non c’è niente da vedere se non ciò che hai visto, indagando sull’elaborazione del lutto o reazione alla gioia che dir si voglia, come si è usciti da questo muro, dove si trova l’est, sembra quasi l’ovest.
E mi invento qualche storia di chi vivendo qui nei grossi casermoni tutti in fila a dire si senza mai pensare alla rivoluzione perché la rivoluzione fa male. E allora notti e notti a compiere ampie discussioni sulla qualità della vita delle persone in base alla bellezza degli edifici in cui vivono, brutti e poco eleganti, strani ma forse innocui. Nelle case di nuovi abitanti dell’est alla moda, di traditori passati a ovest senza riuscire a scalare vette sociali, dentro vecchi scantinati di ebrei malnutriti e ancora in debito con la storia, nell’unico rettangolo che si completa. Oppure per essere molto più freddi, il nuovo piano di urbanistica deve puntare a togliere potere ai ciclisti, veri dominatori della strada, quasi a dire amo il vecchio petrolio amo l’amico carbon fossile tradendo insperati giudizi ambientali, nelle vecchie metropolitane suonatori di strada e altro improvvisato lì per lì. Berlino sei strana, cosi diversa da una Germania qualsiasi, Berlino nelle grandi regge di periferia, pacchianeria del potere che tenta inutilmente ma assiduamente di strizzare l’occhio al piano di sopra, Berlino e la sua ferita ebraica, il suo senso di colpa dentro un museo e non solo, Berlino che ti regala quelle notti a bere birra e ti convince che di un amico non puoi stancarti mai, specialmente se non lo vedi da tanto, Berlino e le sue ambasciate con le strade vuote attorno, Berlino protetta e Berlino aggredita, Berlino sempre la stessa che sembra non esserci più, poi di nuovo eccola e infine scompare, o meglio cambia radicalmente in un lasso di tempo fugace e imprecisato, lento e mai determinato. Quasi a dire all’estero noi italiani non siamo neanche male, all’estero siamo migliori perché possiamo essere ciò che pensiamo di essere, difficile farlo nel nostro paese oggi. O forse ci piace lamentarci dove va tutto bene per non impegnarci a cambiare dove
diverse cose vanno male. Perché saranno retoriche saranno lamenti, ma ho pensato a quanto il nostro paese possa essere migliore, di quanto sia già migliore, soprattutto di chi lo governa, fingendo di pensare a noi, credendo di essere tutti noi.
Proprio da qui, dove non sembra cosi strano parlare di tecnologia, di metodi di risparmio di nuovi modi di guadagnare, oltre che di comunicare, proprio da qui per cominciare a parlare di come salvare questo paese, o questo pianeta, di salvare noi stessi insomma. Quasi come se quei ragazzi ignari dei problemi spensierati a cantare canzoni nella notte, possano rialzarsi e creare un futuro tutto loro, un futuro che sia futuro per davvero.
E vagando per questa Berlino ancora adolescente, dentro i musei dentro l‚Äôarte presente dappertutto, tra esposizioni installazioni gallerie nascoste e ricercate, l‚Äôarte al centro di una nuova concezione di intendere una citt√†. Romantici seduti davanti a un Picasso per ore, quasi a sentirlo parlare mentre ci insegna borioso delle forme e dei colori, del loro equilibrio perfetto e necessario per svelarci la vera bellezza. Un equilibrio che sembra sempre sul punto di spezzarsi, sul punto di perdere la propria perfetta unione tra le parti, sempre alla ricerca di quella parte mancante che √® la via di salvezza mai svelata di Picasso, ma che √® l√¨ davanti a noi, cosi chiara cosi dura da comprendere. E resti li ore e ore a cercarla, quella soluzione, perpetuando tradimenti al buon gusto perdendoti tra le strade di Parigi col vecchio Modigliani che beveva e duellava qua e l√† coi suoi debiti cercando un amore mai esistito, beveva giocando  ad andare contro tutto e tutti, sfidando Picasso cosi bravo cosi superiore, dicevano. Mod√¨ che amava sollazzarsi con le peggiori meretrici e con litri di pessimo vino, inchinandosi solo davanti a Renoir, praticamente Dio.
Vagando tra vecchie mostre sul surrealismo e latrine di Duchamp, nelle vecchie stazioni trasformate in sogni, nei cafè che tolgono il senso agli oggetti per farli sembrare ciò che vogliono, sembra quasi che Berlino sia una gigantesca opera d’arte a cui attorno si è sviluppata una comunità, schiava della propria cultura.
In questo viaggio Milano-Berlino, sembra che oltre alla lingua cambi anche la concezione di diverse cose, e la paura verso molte di esse. Sembra come se l’arte possa salvare Berlino, come se l’arte, mai innocente e sempre responsabile, possa cambiare il ruolo delle cose, farle esprimere in un’altra funzione, urlare l’assurdo ma spiegare il perché, far diventare il bello, utile. Come se un’opera possa spiegarti cosa è successo qui negli ultimi cinquant’anni, come se possa decidere se è stato tutto giusto o tutto sbagliato, come se possa presentarti un’alternativa per i prossimi cinquanta. Idiozie, forse, ma sembra qui si sviluppi tutta una strana immaginazione al potere, senza controllo. Quasi a camminare su un ponte scoprendo nuove costruzioni alle due del mattino, urlando siamo a Parigi con una vecchia fisarmonica sul corso di questa città che non accenna a smettere di presentare novità, di buttare giù muri chiedendo quella scontata libertà, di occupare vecchi palazzi decadenti con la musica di quell’ubriacone di Johnny, Berlino come un giovane senza paura,
guardando il freddo sole riflettersi sul corso del fiume, in costante movimento col sorriso sulle labbra, nella propria arte di cambiare le cose, nella propria consapevolezza di un radioso futuro.
Comments (1)
...non mi è venuto in mente commento più stupido...
1 Sabato 17 Ottobre 2009 01:11
Ceal Floyer?
Prata...ti ho guidato e indirizzato per giorni...avresti potuto citare anche me!!!!

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